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Commissionava furti di pellame: imprenditore condannato

PISA. Resta la condanna a tre anni per furto aggravato a carico dell’imprenditore Andrea Tabani, 58 anni, pratese, in passato titolare di un calzaturificio a Fucecchio e poi uno nella zona industriale di Ponticelli a Santa Maria a Monte. L’imprenditore si è visto respingere il ricorso contro la sentenza di appello che confermava il verdetto del 2011 pronunciato dal Tribunale di Pisa. A mettere nei guai Tabani fu Stefano Dani che negli episodi di furti di pellame su commissione – avvenuti a Ponte a Egola dal gennaio 2004 al marzo 2005 – indicò nell’imprenditore il “mandante”. Dani ha poi patteggiato la pena ammettendo di aver rubato importanti quantità di pelli pregiate – tra le quali anche pitone – ai danni dello zio, Luigi Testai, noto imprenditore del cuoio di Ponte a Egola, del quale era un dipendente.

L’accusatore di Tabani al processo di Pisa “dichiarò di avere sottratto le pelli di pitone unicamente a causa della condotta intimidatoria posta in essere nei suoi confronti dal Tebani” si legge nella sentenza della Cassazione che prosegue. «Inoltre, Dani ha accusato il Tabani di avere perpetrato insieme una lunga serie di furti di pellami per un periodo di tempo molto ampio, tre anni, quindi di avere sottratto un quantitativo enorme di pellame».

Tabani nel suo ricorso alla Suprema Corte ha chiesto di valutare l’attendibilità di Dani sottolineando la scarsa quantità di pellame appartenente a Testai che gli fu sequestrata. Per gli ermellini Dani era e resta un teste attendibile che ha ammesso le sue responsabilità ricorrendo al patteggiamento. Sull’esigua quantità di pelle trovata – per un valore di circa 6mila euro – la Cassazione scrive che «i resti di pellame rinvenuti nel deposito del Tabani non escludevano, per altro a fronte degli enormi quantitativi di pellame di alta qualità denunciati rubati dalla persona offesa Testai Luigi (la Corte territoriale ben mette in evidenza che i ritagli di “pitone” vennero riconosciuti come propri dal Testai), che la parte rilevante della refurtiva fosse stata già smistata dal Tabani.

A conforto di tale spiegazione si evidenzia come il luogo dove sono stati rinvenuti i ritagli di “pitone” non fosse un vero e proprio laboratorio di confezionamento di pelli, non essendo stati rinvenuti macchinari idonei, ma un semplice deposito, e ciò a riprova del fatto che il Tabani confezionasse altrove le pelli rubate o le cedesse ad altri». Per una singolare sorta di legge del contrappasso, l’imprenditore – in passato protagonista di una battaglia vinta contro gli usurai – è stato condannato per furto. Lo stesso reato che nel 2010, grazie a un investigatore privato, riuscì a scoprire ai suoi danni da parte di due operai che di notte gli rubavano componenti per produrre calzature.

 

 

di Pietro Barghigiani

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