assenteismo

Giorni di malattia in prossimità di un week end o una festa? E’ assenteismo tattico. Ecco cosa si rischia

Che le assenze per malattia a ridosso dei fine settimana siano sempre state un escamotage utilizzato per allungare ponti e vacanze non è una novità: ciò che è cambiato, da quest’anno, sono sia i controlli, molto più stringenti (sono possibili le visite fiscali anche durante i festivi), che il panorama sanzionatorio.   

L’apripista, in questo senso, è stata la regolamentazione del personale dipendente del settore pubblico, con l’emanazione di numerose note, da parte della Ragioneria Generale dello Stato (Ministero del Tesoro), sin da tempi non sospetti (due circolari risalgono addirittura al 1997 ed al 1999).

L’Ente, effettivamente, era stato interpellato riguardo al computo dei giorni d’assenza, quando il giorno libero o di chiusura, nonché la domenica, si fossero trovati “incastrati” tra due periodi di congedo per malattia.

La risposta [1], valida tutt’ora, consiste indubbiamente in una fattispecie a svantaggio del dipendente, poiché le giornate libere, o festive , sono da ricomprendere e contare, senza soluzione di continuità, in un unico periodo di assenza per malattia (anche se sono state effettuate due diagnosi per due patologie differenti): andranno, pertanto, cumulate con i periodi inclusi nei due certificati medici.

A questo proposito, un’ulteriore nota della Ragioneria [2] precisa che, anche per i sabati e le domeniche interposti tra due periodi di assenza per evento morboso, in quanto computati come assenze per malattia, debba essere applicata la decurtazione del trattamento economico accessorio.

Al contrario, quando l’assenza termina il venerdì, o nel giorno prefestivo, e vi è la ripresa del servizio nel giorno lavorativo successivo, i festivi e le domeniche non vengono considerati giornate di malattia; lo stesso principio vale per i congedi per evento morboso terminanti prima dei periodi non lavorativi, seguiti da un nuovo congedo, consistente, però, in un istituto giuridico non ricomprendente una patologia.

Diverso ancora è il regime per il personale del comparto scuola, nel caso in cui il lavoratore si assenti , per evento morboso, sino al giorno precedente ad un periodo di sospensione delle lezioni (ponti, vacanze di Natale o di Pasqua, ecc.): in queste ipotesi saranno computate come malattia solo le giornate indicate dalla certificazione medica, anche se dovesse riassentarsi di nuovo per la stessa o una diversa patologia, al termine del periodo di sospensione.

Quando il dipendente manca dal lavoro a causa di una visita specialistica nel prefestivo, e si riassenta, nel primo giorno lavorativo, per malattia, l’assenza precedente ed il festivo saranno considerati quale malattia, solo se la visita è stata, dal dipendente, imputata allo stesso titolo: se, invece, sono stati richiesti dei permessi per motivi di famiglia o personali, l’inizio dell’evento morboso coinciderà con la prima giornata lavorativa successiva.

Ad ogni modo, a prescindere da indirizzi ed orientamenti, è necessaria la massima prudenza , per chi manca, a qualsiasi titolo, dal lavoro: difatti, recentemente, con una sentenza della Corte di Cassazione[3], è stata vagliata la fattispecie dell’”assenteismo tattico”, e sancita la sua punibilità col licenziamento.

In pratica, dopo la pronuncia della Suprema Corte, vi sarà licenziabilità non solo per il superamento del periodo di comporto, ma anche per ripetizione di assenze “strategiche”. Il caso concreto, per il quale è stata emessa la sentenza, riguardava un dipendente di una ditta privata, cessato in quanto particolarmente abile nel mancare in concomitanza di ponti e weekend , nonché in occasione di turni notturni o festivi, per giunta con scarso preavviso, creando non pochi problemi all’azienda, anche per il difficile reperimento di sostituti. Il lavoratore, tra malattie, ferie e permessi arrivava ad accumulare, annualmente, assenze pari ad un quarto dell’intero periodo lavorativo, senza, però, superare mail il limite di comporto.

La Cassazione, nonostante ciò, ha dato ragione alla ditta, dichiarando la legittimità del licenziamento, e giustificando lo stesso a titolo di “scarso rendimento”: i Giudici Supremi, cioè, non hanno contestato la veridicità delle certificazioni mediche, per evitare di doverne censurare l’attendibilità, ma hanno stabilito che, quando un lavoratore si assenta ripetutamente per patologie non croniche, creando difficoltà reiterate a livello organizzativo, il datore è libero di recedere dal contratto, per ridotta utilità della prestazione.

In questo la pronuncia è una conferma, nonché un ampliamento, della casistica inerente la licenziabilità dei dipendenti, per sopravvenute limitate capacità lavorative.   Dal quadro generale si evince un sostanziale capovolgimento di vedute, nei confronti di assenze che, prese singolarmente ed astrattamente, sarebbero più che legittime: come avviene sempre più di frequente in Italia, si passa da una situazione eccessivamente permissiva, in cui i “furbetti” la fanno da padroni, alla situazione opposta, eccessivamente oppressiva, nella quale anche gli onesti pagano per chi ha approfittato dell’”elasticità” precedente.

Pietro Di Marco

FONTE

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