Insubordinazione e licenziamento

Non sono rari i casi in cui, in momenti di rabbia o nervosismo, si risponda in malo modo al proprio datore di lavoro. Spesso, tuttavia, ci si sente giustificati alla luce di un clima di tensione o da continue richieste esorbitanti rispetto al proprio contratto. Quali possono essere le conseguenze in caso di insubordinazione al datore di lavoro?  Si può essere licenziati nel caso in cui ci si rifiuti di eseguire un ordine del proprio capo? Sul punto è intervenuta più volte la giurisprudenza con una serie di sentenze che definiscono i limiti dei poteri del datore e le facoltà del dipendente.

Il tradizionale rapporto di lavoro alle dipendenze prevede subordinazione e fedeltà al datore da parte dei dipendenti. Con ciò non si intendono né servilismo né rispetto pedissequo di ciò che viene imposto, ma semplicemente il rispetto, alla luce del principio di buona fede, di tutto ciò che viene chiesto in attuazione del contratto e non al di fuori di esso. Si potrà dunque legittimamente disubbidire al datore di lavoro che chieda al dipendente, assunto con mansioni specifiche, di andare a prendere i figli a scuola.

Nel caso in cui, invece, nell’ambito delle mansioni di lavoro, il dipendente si rifiuti di eseguire determinati ordini perché ritenuti illeciti o contrari al proprio contratto, egli dovrà prima agire davanti al giudice con un ricorso per far annullare il comando del datore di lavoro (si pensi al caso di trasferimenti non supportati da valide motivazioni, che abbiano dunque intenti puramente discriminatori).

Solamente in circostanze più gravi sarà possibile astenersi dagli ordini assegnati dal proprio datore di lavoro: in seguito alla richiesta di svolgere mansioni degradanti e umili (ad esempio pulire i bagni), che non attengano ai compiti del dipendente oppure nel caso in cui sussista l’imposizione a compiere azioni illecite (come truffare i clienti).

Nel concetto di insubordinazione al datore di lavoro, dunque, rientra certamente il generico rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori, ma anche qualsiasi altro tipo di comportamento in grado di pregiudicare l’esecuzione e il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro della organizzazione aziendale:

– Il dipendente che rallenta volontariamente l’esecuzione delle proprie mansioni per danneggiare il capo;

– il dipendente che, per contestazione, arriva sempre in ritardo o non rispetta il regolamento aziendale.

Con il termine insubordinazione quindi si include il “non fare”, il “fare male” o il fare “in modo diverso” da quanto prescritto dal datore di lavoro. In tutti questi casi è lecito il licenziamento.

Non tutti i casi di insubordinazione al datore di lavoro possono però portare al licenziamento, ma solo quelli più gravi, che cioè prefigurano un atteggiamento che leda irrimediabilmente la fiducia del datore di lavoro nell’ottica del futuro della crescita aziendale. Il giudice valuterà dunque la gravità del fatto in relazione a tutti gli elementi del caso e la proporzione tra tali fatti illeciti posti dal dipendente e il licenziamento. Il licenziamento resta dunque l’opzione più estrema.

Il datore di lavoro può sanzionare l’insubordinazione anche con il trasferimento di un dipendente ad altra sede o reparto.

È necessario ricordare che, nell’ottica di giustificare un licenziamento, debba sussistere la prova della malafede del dipendente e non la semplice colpa di non aver ben compreso o prestato attenzione alle istruzioni ad egli impartite.

 

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