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La macchina della verità padovana che analizza le intenzioni future

L’inventore è Il professor Giuseppe Sartori, direttore della Scuola di Neuropsicologia dell’Università Lo strumento è stato usato anche per Anna Maria Franzoni. La donna ha un ricordo di sè: innocente.


PADOVA. La “macchina della verità”, brevettata nel 2008 dall’Università di Padova, sarà in grado di analizzare anche le intenzioni future. Lo strumento di cui parliamo non ha nulla a che fare con il poligrafo, noto a tutti gli appassionati di cinema, che misurava la pressione arteriosa e l’aumentare del battito cardiaco.

Il vecchio macchinario, com’è intuibile, poteva facilmente essere aggirato da un bugiardo professionista, o al contrario mandare in ansia il più sincero degli imputati. Per questo, le possibilità che il risultato non fosse veritiero erano intorno al 30 per cento. Lo Iat (Impicit association test) padovano, invece, è impossibile da imbrogliare: misura le reazioni non del cuore ma del cervello, attraverso un test computerizzato. E il margine di errore è al massimo dell’8 per cento. Molti lo hanno definito una “macchina della verità” ma, come sottolinea l’inventore, professor Giuseppe Sartori, l’espressione non è del tutto esatta. Più correttamente, è una macchina della memoria: «quello che noi possiamo indagare» spiega il neuropsicologo «è solo quello che il cervello del soggetto ricorda come veritiero. Ma non è la verità assoluta: la nostra memoria si degrada facilmente, e a volte ci convinciamo di qualcosa che non è. Pensiamo ai “tampontori”: trovano mille scuse, nessuno di loro ammette di avere torto marcio. E magari ne sono convinti: è un bell’esempio di come possiamo addomesticare i ricordi per semplice convenienza personale». Chi si sottopone all’esame deve affrontare lunghe batterie di frasi da completare con vero o falso. I quesiti spaziano dai dati di fatto (esempio: «è vero che mi trovo in un laboratorio») fino al cuore del ricordo. Il cervello, nel frattempo, è monitorato: se il paziente mente di proposito, la velocità di reazione rallenta.

Le indagini sull’argomento, al Bo, proseguono da tempo: all’interno dell’ateneo, nell’aula magna di Psicologia, è ancora custodita la prima macchina della verità, messa a punto nel 1914 dal professor Vittorio Benussi. Quella di Sartori, però, risponde ad un rigore scientifico ben maggiore: basti pensare che molti giudici l’hanno già ritenuta sufficientemente affidabile ed accurata da poter essere utilizzata in sede processuale. Un esempio? Quello della mamma di Cogne, Anna Maria Franzoni.

«Il test» spiega Sartori «ha stabilito che nella sua mente non c’è memoria del delitto. Ha un ricordo di se stessa innocente. Ciò non significa che lo sia realmente: può aver semplicemente cancellato quel ricordo. In letteratura, questo tipo di rimozione si chiama “amnesia lacunare psicogena”».

Sartori, 62 anni, è direttore della scuola di specializzazione in Neuropsicologia e del Master di secondo livello in Psicopatologia e Neuropsicologia forense. Ha collaborato con gli atenei di Johannesburg, Londra, Lisbona, Bochum, Nottingham e Melbourne. E proprio quest’estate sarà nuovamente a Londra, per lavorare al suo ultimo studio: l’indagine sui propositi per il futuro. Nascerà un processo alle intenzioni? «Assolutamente no» chiarisce il professore «sarà un modo per verificare se quando si parla di piani per il futuro la persona è sincera oppure no. Abbiamo già pubblicato alcune ricerche in merito» conclude «ma l’argomento va ancora approfondito».

di Silvia Quaranta | 27 aprile 2015

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